Qualche cenno sull'argomento:

Il villaggio dell’Argentiera nasce come borgo di minatori e prende il nome dal materiale estratto dai giacimenti di piombo e zinco
argentifero. La miniera, utilizzata in epoca romana e medievale riprese l’attività di estrazione nel 1867 sino agli anni settanta del Novecento. Nel 1868, nella Statistica del Regno d’Italia per l’industria mineraria, l’Argentiera era indicata come produttrice di galena argentifera e blenda (più calcare e carbonato di piombo). Il porto d’imbarco per la merce era Porto Conte e da lì il minerale
veniva imbarcato per Anversa. Nel 1870 esistevano tre gallerie principali: Rietto, Calabronis, la più antica e Superiore, rispettivamente a 30, 50 e 70. Nel 1883 dalla Rivista del Servizio Minerario la miniera era descritta come la coltivazione di un filone di vena articolata in 5 gallerie che oltre alle 3 sopra citate comprendeva la Mare e la Podestà, scavata quell’anno a partire dal fondo dell’omonimo pozzo che permetteva di raggiungere le parti più profonde del giacimento. Quando le gallerie non furono più sufficienti a raggiungere il giacimento, fu perciò necessario scavare o approfondire dei pozzi verticali, attrezzati di gabbie per il trasporto dei minatori e dei materiali. Il pozzo Podestà, dal nome del barone Andrea Podestà, presidente del c.d.a. della Società Correboi, era il principale, e venne ammodernato fino al 1911. Era dotato di una macchina di estrazione a vapore molto moderna per il periodo, azionata da una motrice Humboldt di 15 cavalli a cui il vapore era fornito da due caldaie. Il centro dell’attività produttiva della miniera era compreso fra il Pozzo Podestà e la laveria, un percorso di circa 300 metri che il minerale estratto percorreva su carri fino alle tramogge della laveria. Ai primi del ‘900 la miniera contava oltre 300 occupati e il minerale non veniva più inviato ad Anversa ma nella penisola italiana. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e dopo diverse e alterne vicende la miniera esaurì la sua attività. Il complesso architettonico costituisce uno dei maggiori esempi di archeologia mineraria della Sardegna ed è attualmente oggetto di progetti di riqualificazione urbanistica e ambientale.