Qualche cenno sull'argomento:

La Villa Tola fu commissionata nel 1848 dal barone Giovanni Tola nelle terre ereditate dalla moglie, Isabella Cadello Asquer, a Gaetano Cima, il celebre architetto cagliaritano, in quel momento all’apice della sua carriera. La casa fu progettata in tipico stile neoclassico (ma con la grande particolarità dell’utilizzo del mattone crudo, su ladiri) circondata da un giardino e delimitata da una cinta muraria con ingresso monumentale sulla strada. L’edificio presenta nel prospetto principale un loggiato a sei pilastri su cui si impostano cinque arcate a tutto sesto; un corpo centrale con ambienti laterali a pianta quadrata, disposti simmetricamente sulle due ali e sul tiburio ottagonale che si stacca anche esternamente rispetto al profilo della casa. In virtù di un di alcune clausole contrattuali risalenti al 1748, la casa viene ereditata solo dal ramo femminile della famiglia, che avrà sempre un ruolo di spicco nella gestione della casa e dell’azienda agricola annessa. Fra li annessi rustici della proprietà di particolare interesse storico è certamente il frantoio, realizzato alla fine del seicento su due piani interamente in ladiri. L’edificio è stato oggetto di restauro nel 2000. Il piano terra presenta, in qualità di ambiente di raccordo, una tradizionale lolla campidanese che immette rispettivamente al frantoio vero e proprio e al magazzino per la conservazione delle derrate, prodotte in seguito alla macinazione delle olive. Al piano terra il frantoio serba gelosamente gli arcaici utensili del mestiere: l’antica macina, la pressa e la tinozza; mentre gli orci con gli stemmi familiari risalenti al 1910 sono custoditi nel magazzino delle derrate. Una scala interna conduce al primo piano, dove venivano stoccate le olive prima della macinazione.