Grande medico, ottimo scrittore, persona straordinariamente generosa e disponibile, con lo sguardo sempre attento a quanto gli succedeva attorno, soprattutto quando riguardava Cagliari, Giorgio Todde nel 2011, per quella felice esperienza che fu I Racconti di Monumenti Aperti, ci regalò Sottosuoli, un affresco straordinariamente coinvolgente sulle famiglie che a Cagliari avevano a lungo abitato sia nelle tombe di Tuvixeddu che nelle cavità di via Vittorio Veneto. Il racconto fu messo in scena da Fabio Marceddu, Rita Atzeri e dallo stesso Todde con le musiche di Antonello Murgia. Pubblichiamo il ricordo del regista Enrico Pau.

“Quella di Giorgio Todde con la morte, con il suo mistero, è sempre stata come una danza, ma non una danza macabra, semmai aveva l’andamento tenue di un valzer  leggero, malinconico. Ne ha parlato spesso nei suoi romanzi, ne hanno parlato i personaggi dei suoi noir metafisici che ad essa non potevano sfuggire o che ne indagavano il senso più profondo. È strano per questo dire che Giorgio Todde è morto perché la morte ha accompagnato tutta la sua vita. Viene in mente un  incipit di Samuel Beckett “nascere fu la sua morte”.  Quella morte l’ha affrontata con tante armi: il pensiero, la sua capacità di dare forme insolite e profonde alla narrazione, soprattutto l’ironia che per lui, come per molti di noi che della morte hanno paura, ha un significato apotropaico, parlarne e riderne per allontanarla, per esorcizzarla. Ma insieme Giorgio Todde è ancora vivo. È la fortuna degli scrittori il cui corpo deperisce, scompare, ma la cui voce resta viva per sempre. Ma insieme Giorgio Todde ha sempre amato la vita, come la ama un poeta bambino che si sorprende di tutto, come diceva Sandro Penna “Arso completamente dalla vita io vivo in essa felice e dissolto”. Sembra il ritratto di Giorgio. È per questo che lui è ancora, mai come ora, vivo. Lo è anche per altri motivi, quello più semplice è che sopravviverà dentro di noi che lo abbiamo amato come uomo, di rarissima sensibilità e gentilezza e come artista, quello più profondo è che il suo nome è particella, fibra di questa città a cui lascia un’eredità fatta di amore per i luoghi e rigore profondo nella difesa della sua memoria, della sua forma. La forma e il corpo della città. In questi anni Giorgio Todde ha combattuto tante battaglie alcune con i nemici visibili, tanti, quelli che volevano trasformare l’isola incantata nel luna park delle doppie case, dei resort sul mare, delle necropoli violate dal cemento, altre con gli amici invisibili. Quelli che poco hanno capito, o non hanno voluto capire, o male hanno interpretato il suo dolore sincero e profondo per le trasformazioni senza regole  del tessuto urbano che non hanno saputo tenere conto dell’anima profonda della città, della sua antica e nobile bellezza, dei suoi materiali, della qualità  delle pietre di un basamento stradale, delle cornici di una casa (quanto lo addoloravano i tanti falsi architettonici che ci circondano) i colori di un muro, la sua era una lotta impari, spesso solitaria, con pochi compagni di strada, ma titanica, per conservare la memoria fisica della città, di una vecchia casa, di un palazzo antico, di un albero.

Questa fotografia appartiene al passato della nostra città, un piccolo circo cadente, umile, povero, non so perché più di ogni altra immagine mi fa pensare a Giorgio. Forse dentro quel circo da giovanissimo sarà certamente  entrato con il suo stupore di giovane spettatore. Appartiene al passato, alla nostra memoria, memoria collettiva, come appartengono al passato le persone che vi appaiono. È un mondo che sembra scomparso, è l’immagine di una città che sembra svanita ma è ancora viva, profondamente viva, da difendere, anche nella memoria di Giorgio, ora più che mai.”