Il ruolo del Terzo Settore è notevolmente cresciuto in Italia, anche durante la difficile fase pandemica. Un universo che conta 375 mila diverse istituzioni tra associazioni, fondazioni e cooperative sociali, con un incremento pari al 25% rispetto allo scorso decennio. Gli italiani che partecipano ad attività associative sono 10,5 milioni, ossia un quinto della popolazione che ha più di 14 anni. L’apporto del Terzo Settore dell’economia è stimato in 80 miliardi di euro ed è pari al 5% del Prodotto interno lordo. Gli addetti sono oltre 900 mila – di cui il 70% sono donne – ai quali si aggiungono circa quattro milioni di volontari. La riforma del 2017, la pandemia ed il conseguente Pnrr hanno fatto sì che questo fondamentale ambito sociale ed economico del nostro paese si trovi di fronte a nuove e molteplici sfide. Rispetto a questo tema Interris.it ha intervistato Luigi Bobba già presidente nazionale delle Acli, parlamentare e sottosegretario al Lavoro. Ora presidente di Terzjus, di Enaip Mozambico e del Comitato Global Inclusion.

Qual è la situazione attuale del Terzo Settore in Italia?

“Il Terzo settore si trova in una singolare temperie. Da un lato è spinto misurarsi con la nuova regolazione determinata dalla Riforma del 2017 e a coglierne tutte le opportunità per innovare e trasformarsi. Dall’altro, questo mutamento viene fortemente accelerato dalla ormai imminente messa in opera del PNRR, che si presenta come un’occasione imperdibile sia per mettere mano a questioni a lungo irrisolte, sia per delineare quello che il Terzo settore e l’intero Paese vogliono diventare. E questi anni che ci separano dal 2026 – termine entro il quale i progetti e gli investimenti dovranno essere realizzati – sono il momento della prova più difficile. Ovvero, come far percepire al cittadino comune la grandezza – e forse la nobiltà – della sfida di Next Generation Eu”.

Che sfide e opportunità attendono il Terzo Settore nel prossimo futuro?

“Si prospettano diverse sfide cariche di rischi, ma anche diverse opportunità: per il Terzo settore non si tratta tanto di occupare spazi, quanto di avviare processi. Facendo innanzitutto leva sulla capacità di stare sulla frontiera della crescita inclusiva; di resistere nei territori interni come nelle periferie più abbandonate; di immergersi nella democrazia digitale senza lasciarsi irretire dal fascino degli algoritmi, continuando a credere e a praticare la democrazia partecipativa. Ecco, se dovessimo delineare il ruolo del Terzo settore nei prossimi anni potremmo racchiuderlo in queste tre immagini: vettore della crescita inclusiva; sentinella delle persone vulnerabili e dei luoghi dimenticati; attore non subalterno dello spazio pubblico nel tempo della democrazia digitale. Queste tre immagini individuano i processi da attivare per delineare una “transizione sociale”, ancora poco tematizzata, ma forse altrettanto decisiva rispetto alla transizione ecologica. Come nella transizione ecologica è importante ridurre il peso dell’impronta che noi umani lasciamo sul pianeta, passare dalle energie fossili a quelle rinnovabili e utilizzare tecnologie sempre più soft; così, nella transizione sociale è  rilevante che la disponibilità dei beni essenziali per la vita sia all’insegna dell’ inclusività;  che ai processi di atomizzazione della vita quotidiana e alla crescente solitudine, si risponda con la ricostruzione dei legami comunitari; che, alla  invasività delle piattaforme informative, mediatiche e dell’ entertainment, si anteponga la cura dei processi partecipativi e democratici e la promozione di una società aperta e plurale”.

In che modo il Terzo Settore può diventare una parte importante dell’economia sociale nel nostro sistema economico?

“È importante per il Terzo Settore diventare un attore rilevante dell’economia sociale intesa non come segmento marginale ma componente strutturale di una libera economia di mercato. Come riuscire a generare valore economico e insieme valore aggiunto sociale. Il percorso in questa direzione non si misurerà unicamente nella crescita del PIL prodotto e dell’occupazione generata, ma altresì quanto questa originale forma di produzione di beni e servizi sia in grado di contaminare le imprese profit, ovvero quanto queste stesse imprese incorporeranno nella loro reputazione sociale indicatori del benessere che avranno saputo generare per i loro collaboratori, per la comunità circostante e per l’ambiente naturale in cui operano. Tale prospettiva, a fronte di una finanziarizzazione sempre più spinta dei processi produttivi, potrebbe apparire un po’ irenica o del tutto irrealistica. Eppure, dopo la crisi pandemica qualcosa si sta muovendo in tale direzione: dalla proposta di una carbon tax ad una tassazione minima di base dei giganti multinazionali che estraggono profitto dai territori senza restituire quasi nulla in termini di tasse versate. Oppure, su un piano più microsociale, si pensi al desiderio sempre più forte nelle generazioni giovani di utilizzare le proprie competenze e i propri saperi non unicamente e non principalmente per fulminee carriere e per accrescere il proprio reddito, bensì per realizzare i propri sogni, tra cui quello di svolgere attività professionalmente qualificate e allo stesso tempo socialmente orientate. Ne derivano un’opportunità e un rischio. Un’opportunità perché’ questo potenziale di persone motivate e preparate può essere un formidabile volano di innovazione; un rischio, in quanto le imprese profit appaiono più veloci e capaci di assorbire e utilizzare i processi di digitalizzazione dell’economia. Si pensi alla “sharing economy”, che, a dispetto della parola, è spesso diventata un territorio senza regole dove possono prosperare le forme più sottili e dure di sfruttamento del lavoro delle persone. Ma un’economia della condivisione non è invece l’orizzonte tipico delle imprese sociali, che non sono mosse in modo esclusivo dall’imperativo del profitto e del rendimento a breve termine? Ancora, nelle grandi imprese evolute, c’è una crescente attenzione alle politiche della “diversity”, ovvero a criteri di gestione delle persone che siano orientate ad includere e valorizzare le molte diversità ormai presenti negli ambienti di lavoro (di genere, di razza, di religione, oltre alle differenti forme della disabilità). Ora, le imprese sociali, che sono state capaci di inventare forme di inserimento al lavoro per quei soggetti che presentavano condizioni di disabilità e di disagio molteplici, potrebbero diventare una qualificata piattaforma di expertise e di formazione anche per le imprese profit, contribuendo così ad arginare la deriva che conduce a considerare le differenze e le disabilità solo un problema, e non anche una risorsa da valorizzare in modo inclusivo”.

Quale funzione può svolgere il Terzo Settore nel processo di ricostruzione dei legami comunitari fortemente segnati dalla pandemia?

“La ricostruzione dei legami comunitari nella società dominate da un individualismo radicale e dove la solitudine sta diventando una delle più rilevanti patologie sociali. Da un lato, nelle città e nelle metropoli si assiste ad una crescente atomizzazione della vita quotidiana e delle relazioni sociali. Dall’altro, i territori interni e le periferie appaiono come luoghi da cui fuggire perché’ privi di opportunità e di prospettive specialmente per i più giovani. È ben chiaro che la crisi pandemica ha eroso una delle risorse fondamentali delle reti associative, cooperative e di volontariato, ovvero la forza, la persistenza e la qualità delle relazioni interpersonali che sono il capitale invisibile di queste organizzazioni, la miniera nascosta che consente loro di durare, di resistere anche nei momenti più critici. Ebbene, nel tempo del Covid, la relazione anziché’ risorsa e potenziale espansivo, è diventata pericolo, rischio da cui guardarsi. E tanto più la crisi è stata profonda, tanto più si è fatta strada la convinzione che sia meglio salvarsi prima e da soli. Vale per le persone, come per le nazioni. Vale nel tenersi ben stretto il proprio reddito garantito, come per l’irresponsabilità delle nazioni ricche nel non attuare un piano globale di accesso universale ai vaccini. Vale per il risorgente razzismo nei quartieri delle nostre città, come per i Paesi che costruiscono muri per fermare i migranti. È dentro questo contesto che il Terzo settore può essere foriero di innovazioni nei modi di vivere, lavorare e abitare ispirandosi al principio della convivialità delle differenze. È forse il pericolo più grave, la sfida più rischiosa. Eppure, lì vi è un terreno generativo del domani. Lì si gioca la possibilità di far vivere la comunità non come orizzonte nostalgico e ristretto, ma risorsa per superare la crescente incertezza. Mi riferisco alle cooperative di comunità che nascono nei nostri borghi abbandonati; all’avvio di nuove forme dell’abitare grazie all’housing sociale; alle esperienze di coworking; alla resilienza dimostrata dalle Pro loco nel tempo della pandemia, assumendosi compiti di assistenza sociale e solidarietà elementare prima mai svolti; alle nuove imprese sociali che assumono la sfida imprenditoriale di favorire la transizione ecologica degli immobili del Terzo settore per restituirli alla loro missione originaria; alle tante piccole realtà del non profit che decidono, utilizzando le nuove norme della Riforma, di collegarsi ad una Rete associativa, non solo per avere più forza e visibilità nella rappresentanza, ma anche per potersi concentrare  meglio sulla propria specifica missione. O ancora, penso ai tradizionali enti di formazione professionale che provano a ripensarsi per fare della formazione e del lavoro luoghi partecipativi e comunitari oltreché’ strumenti di valorizzazione dei talenti e delle vocazioni di ciascuno; o, infine, ai Municipi che, anziché’ limitarsi ad attuare esternalizzazioni di servizi sociali verso soggetti di mercato, decidono di mettere in campo processi più complessi e partecipati per realizzare progetti e attività di interesse generale insieme ad enti del Terzo settore, conferendo così un marchio comunitario a servizi di rilievo pubblico. I semi di una nuova stagione comunitaria ci sono, ma non è detto che i venti gelidi dell’individualismo li possano indebolire o far morire”.

Quali nuovi compiti spettano al Terzo Settore per ricostruire una democrazia partecipata nel tempo della digitalizzazione?

“Al Terzo settore spettano due nuovi compiti: promuovere un’alfabetizzazione mediatica del cittadino, perché’ solo un uso consapevole di questi mezzi di comunicazione può evitare la subordinazione agli stessi e soprattutto può cercare di arrestare la crescita del digital divide. Il dato Istat relativo all’anno scolastico 2020/21 è inequivocabile: la DAD ha tagliato fuori circa 8% dei bambini e dei ragazzi e tale percentuale diventa del 25% in caso di soggetti disabili. L’altro compito è di utilizzare la propria funzione di advocacy per tutelare i cittadini anche nei confronti delle grandi piattaforme, obbligando le stesse ad adottare criteri socialmente rilevanti nella proposizione dei contenuti. Insomma, come si fa pagare chi inquina, così si deve tassare chi intossica la vita sociale, emozionale e relazionale. In conclusione, questo frangente e queste nuove sfide rappresentano un’opportunità formidabile per il Terzo settore per diventare – come ha detto il Presidente Mattarella – una “struttura portante non di supplenza, ma di autonoma e specifica responsabilità dell’intero Paese.”

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