La sella del Diavolo, come tutto il promontorio di S. Elia, è costituita da rocce sedimentarie di età miocenica, quindi geologicamente piuttosto giovani. All’interno di questo tipo di rocce carsificabili, si sono formate diverse piccole grotte, le quali sono risultate essere abitate dall’uomo sin dal VI millennio a.C.. Nel pianoro sommitale, in prossimità del punto più elevato del promontorio (m 135 slm), esisteva nel periodo punico un luogo di culto dedicato ad Astarte. Nell’XI secolo, tutta l’area venne affidata ai monaci Vittorini, che costruirono un vero e proprio monastero e si presero cura di saline, peschiere e aree coltivabili delle zone circostanti. La torre, ormai semidiroccata, presente nel punto più elevato e panoramico del promontorio è da considerarsi, invece, come facente parte del sistema di difesa e avvistamento creato dagli spagnoli nel XVI secolo. In seguito, la medesima torre venne denominata anche torre del pouhet, cioè del pozzetto, poiché situata nei pressi della cisterna romana. L’intera zona sarebbe poi stata denominata “pouhet”, da cui il nome di “Poetto” attribuito alla spiaggia dai cagliaritani.
Il colle di S. Ignazio è formato da rocce calcaree di origine marina ricche di fossili, prevalentemente molluschi bivalvi risalenti al miocenico. Su una di queste rocce poggia la Torre del Lazzaretto (34 m sul livello del mare), chiamata anche torre del Prezzemolo, realizzata prima del 1600. La torre controllava l’ingresso agli antichi porti di Cagliari e vigilava sul Lazzaretto. Dalla Torre del Prezzemolo il sentiero porta alla batteria antiaerea della seconda guerra mondiale, formata da sei piazzole che ospitavano i cannoni e le mitragliatrici. Lasciata la batteria antiaerea, l’escursione prosegue verso il Forte di S. Ignazio del XVIII secolo. Durante il percorso, tra la Torre del Lazzaretto e il Forte di S. Ignazio, è possibile ammirare le piante tipiche della flora mediterranea, come il lentisco (utilizzato in passato per l’estrazione dell’olio dalle sulle bacche), il ginepro, il cisto, l’euphorbia (utilizzata in passato per la pesca di frodo), oltre ad erbe officinali come il timo, l’elicriso, l’assenzio marino.